<?xml version="1.0" encoding="utf-8" standalone="yes"?><rss version="2.0" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"><channel><title>Politics on Tristan Wiessalla</title><link>https://blog.twiessalla.de/it/tags/politics/</link><description>Recent content in Politics on Tristan Wiessalla</description><generator>Hugo</generator><language>it</language><atom:link href="https://blog.twiessalla.de/it/tags/politics/index.xml" rel="self" type="application/rss+xml"/><item><title>A/I dal punto di vista di sovranità digitale</title><link>https://blog.twiessalla.de/it/posts/on-autistici-inventati/</link><pubDate>Mon, 01 Jan 0001 00:00:00 +0000</pubDate><guid>https://blog.twiessalla.de/it/posts/on-autistici-inventati/</guid><description>&lt;p&gt;Quando rifletto sulla vicenda della chiusura di Autistici/Inventati, la mia domanda principale riguarda l’inerzia della politica italiana ed europea sulla questione. In questo ambito si intrecciano molti valori difesi da entrambe le istituzioni: la sovranità nazionale ed europea, il futuro del mercato europeo, la creazione di una prospettiva futura per i nostri giovani.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Da questo punto di vista, A/I è innanzitutto un progetto tecnologico italiano ed europeo. Un progetto che non si limita a predicare i valori della partecipazione e dell’emancipazione digitale, ma che fin dall’inizio ne ha fatto il fondamento di tutte le proprie attività. Le decisioni vengono prese democraticamente dal collettivo e l’idea centrale era che tutti imparassero a comprendere la tecnologia utilizzata. Questo approccio ha portato alla realizzazione di manuali e guide che insegnano al lettore i concetti di hosting e la struttura tecnica di Internet.&lt;/p&gt;</description><content:encoded><![CDATA[<p>Quando rifletto sulla vicenda della chiusura di Autistici/Inventati, la mia domanda principale riguarda l’inerzia della politica italiana ed europea sulla questione. In questo ambito si intrecciano molti valori difesi da entrambe le istituzioni: la sovranità nazionale ed europea, il futuro del mercato europeo, la creazione di una prospettiva futura per i nostri giovani.</p>
<p>Da questo punto di vista, A/I è innanzitutto un progetto tecnologico italiano ed europeo. Un progetto che non si limita a predicare i valori della partecipazione e dell’emancipazione digitale, ma che fin dall’inizio ne ha fatto il fondamento di tutte le proprie attività. Le decisioni vengono prese democraticamente dal collettivo e l’idea centrale era che tutti imparassero a comprendere la tecnologia utilizzata. Questo approccio ha portato alla realizzazione di manuali e guide che insegnano al lettore i concetti di hosting e la struttura tecnica di Internet.</p>
<p>Perché è così scioccante che non abbiamo ricevuto alcuna notizia dai nostri rappresentanti politici a Roma e a Bruxelles?
L’UE è molto indietro rispetto agli Stati Uniti e alla Cina quando si tratta delle potenze economiche digitali mondiali. Ci troviamo in una situazione in cui ci siamo resi conto che il nostro spazio digitale è controllato praticamente in esclusiva dalle grandi aziende tecnologiche statunitensi. In sostanza, si tratta di monopoli che hanno sfruttato valori come il capitalismo di libero mercato e la democrazia solo per arrivare a una posizione di potere assoluto. L’Europa sta affrontando difficoltà su entrambi i fronti: abbiamo poche aziende economicamente rilevanti al punto da lasciare il segno in settori come la comunicazione digitale, le reti, il commercio, l’intrattenimento, l’hardware e il software per l’ufficio. Uno dei pilastri fondamentali del soft power statunitense negli ultimi 30 anni è stato quello di rendere l’emisfero occidentale totalmente dipendente dalla tecnologia statunitense, trasformando i monopoli nazionali in monopoli internazionali. Ciò si è trasformato in una delle principali minacce alla nostra democrazia pluralistica: qualsiasi dibattito nello spazio digitale non si svolge su piattaforme gestite democraticamente, ma nelle stanze private di Mark Zuckerberg, Elon Musk e Liang Rubo.
Oggi, il discorso digitale è praticamente sinonimo di discorso pubblico e segue le regole imposte da quelle aziende. Ne assistiamo alle conseguenze ormai da decenni, ma in misura sempre maggiore da quando gli Stati Uniti hanno deciso di orientarsi verso l’autoritarismo. Gli interessi statunitensi e russi ora coincidono in gran parte quando si tratta del futuro dell’Europa, dando luogo a quella brodaglia propagandistica uniforme che segue questi ben noti schemi: Il mondo occidentale è condannato: il nostro impegno a favore dei diritti umani, dell’empatia e della democrazia ci ha indeboliti politicamente ed economicamente al punto che non riusciamo nemmeno a far fronte a un flusso migratorio annuale pari a meno dell’uno per cento della nostra popolazione. Questa era digitale, ormai era dell’intelligenza artificiale, richiede l’autocrazia e il dominio del patriarcato. Queste narrazioni funzionano e lo vediamo nell’orientamento politico di praticamente tutti i paesi dell’UE. È proprio comodo che questa divisione della nostra popolazione e delle nostre nazioni giovi così tanto ai nostri concorrenti globali. Dividi e conquista: un’Europa debole che alla fine lascia regnare liberamente oligarchi e autocrati.</p>
<p>Quale potrebbe essere, quindi, una via d’uscita da questa situazione di stallo? Il percorso verso una soluzione mette in luce perché sia così sconcertante che i nostri politici non abbiano riconosciuto il valore dell’A/I e rimangano in silenzio invece di difendere i progetti digitali democratici europei. Per dirla in breve: la via d’uscita è l’emancipazione. L’A/I è espressione di questa emancipazione, un gruppo di auto-aiuto che colma il vuoto creato da politiche pubbliche digitali insufficienti. Oggi assistiamo alla nascita di uno spazio digitale basato sul consumo passivo, sulla comodità, sulla distrazione e sull’intrattenimento. Uno spazio che ostacola il pensiero critico e favorisce la divisione. Uno spazio in cui si svolge la maggior parte del dibattito pubblico. Anche se questi fatti sono noti ormai da tempo, non riusciamo a preparare i nostri figli a questo mondo. L’educazione digitale nelle nostre scuole si limita a incoraggiare i ragazzi ad acquistare un iPad o un Chromebook, sui quali poi imparano a utilizzare i prodotti Microsoft Office. Bisogna rendersene davvero conto: il concetto alla base dell’istruzione digitale è quello di utilizzare prodotti specifici di specifiche aziende statunitensi. Un’impotenza appresa fin dal primo giorno. Se, tuttavia, vogliamo un’economia digitale indipendente e uno spazio digitale autodeterminato, non dobbiamo formare “utenti”. Abbiamo bisogno di generazioni per le quali gli algoritmi non siano magia nera e i computer scatole nere. Che non siano utenti ma architetti, non solo di contenuti, ma soprattutto di infrastrutture, di spazi. Persone che non solo abbiano familiarità con le strutture tecniche, ma che comprendano in modo specifico l’impatto che queste hanno sulla nostra società, sul nostro dibattito e sulla nostra indipendenza. Persone che creino un’infrastruttura digitale che rispecchi i nostri valori, non quelli dei monopoli statunitensi.
Per raggiungere questo obiettivo è necessario confrontarsi fin dall’inizio con i fondamenti delle tecnologie digitali, non solo con app e prodotti già pronti. Dobbiamo educare i nostri giovani all’uso degli strumenti di produzione digitale, non solo all’uso dei suoi prodotti finali.</p>
<p>Questo è ciò che A/I ha compreso 25 anni fa e ciò che dobbiamo difendere: italiani ed europei che abbiano il coraggio di costruire e controllare le infrastrutture dei nostri spazi digitali. Che abbiano il coraggio di fare dei nostri valori il fondamento dell’educazione degli altri e della creazione di servizi digitali. Che siano uno tra tanti sia nel mercato che nel dibattito democratico, non uno per tutti.</p>
<p>Sono profondamente deluso dai nostri rappresentanti e dalle loro cosiddette strategie digitali, confuse, passive anziché attive, che si piegano al nostro “grande fratello”, gli Stati Uniti. Non si tratta di costruire uno spazio digitale a immagine di quello monopolistico controllato dagli Stati Uniti, con l’unica differenza di affidarne la guida a miliardari europei. Si tratta invece di emanciparci veramente e di educare una popolazione in grado di plasmare lo spazio digitale secondo le proprie idee.</p>
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